
Il premier ha detto "vorrei detassare le tredicesime ma non ci sono i fondi". Apprezziamo comunque le buone intenzioni, Sua Maestà. Soprattutto è apprezzabile notare come i nodi vengano al pettine, come le bugie abbiano le gambe corte.
Questa destra berlusconiana aveva fatto una campagna mediatica impressionante sull'economia contro il Governo Prodi. Contro la Finanziaria 2007, le tasse, ecc. ecc.
Ora (ri)scopriamo che non ci sono fondi; questo vuol dire che Prodi e Padoa-Schioppa non erano impazziti? Non facevano tutto perchè amavano mettere in ginocchio gli italiani? Eppure questo ci hanno fatto credere per due anni (indimenticabile la manifestazione a Roma contro il "regime").
La frecciatina alla sinistra c'è stata comunque (ormai non si dice più "piove, governo ladro" ma "piove, colpa della sinistra"); Berlusconi infatti ha concluso ironicamente dicendo che non è certo solpa sua se ha trovato "solo" il 106% di debito sul PIL. Pare che il nostro Premier abbia la memoria corta, meglio rinfrescarla un pò.
Tra le manovre che invece il Governo attuerà spiccano i bonus per le famiglie con redditi bassi e social card. Anche qui un aspetto molto curioso, ogni volta che un governo di sinistra ha proposto provvedimenti di questo tipo si è gridato allo scandalo. Al solito assistenzialismo della sinistra.
A mio avviso, pur essendo di sinistra, queste manovre non sono molto utili (un bonus una-tantum non risolve i problemi di una famiglia), ciò nonostante credo che siano necessarie per fronteggiare la crisi e quindi non le giudico. Aggiungo solo che condivido il concetto espresso da Epifani (ma non la minaccia di sciopero. Inutile), il quale dice che non si può fronteggiare una crisi straordinaria con provvedimenti ordinari.
Ci vorrebbero dunque dei provvedimenti straordinari, io ne avrei in mente alcuni (e per la finanziaria 2009 siamo perfettamente in tempo): riduzione dello stipendio dei Parlamentari, abolizione dei rimborsi elettorali (o quantomeno rimborsare la spesa realmente sostenuta e non aggiungere "zeri"), eliminazione degli sprechi di camera e senato. Ma pensando a questo vengo additato come qualunquista.
E allora, da vero statista, propongo tagli alla scuola pubblica (a casa i fannulloni), tagli al pubblico impiego (a casa i fannulloni), tagli alla magistratura (ancora non è chiaro? A casa i fannulloni) e tagli alla sanità (il concetto è sempre quello). E dove non si riesce ad arrivare: colpa della sinistra.
E vissero tutti felici e contenti!
L'assistenzialismo diventa di destra
venerdì 28 novembre 2008
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Aggiornamento Grafico
mercoledì 26 novembre 2008
Negli ultimi giorni ogni volta che guardavo il mio blog dicevo: "Che brutto logo", "Mmmh, credo che la leggibilità sia scarsa, il testo bianco non va bene".
Alla luce di tutto ciò ho deciso di cambiare sia il logo che la veste grafica del blog (pur mantenendo i colori principali).
Così mi piace un pò di più
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Prima o poi la verità viene a Galla
venerdì 21 novembre 2008
Nella puntata di Report del 16 Novembre, è stata portata alla luce una sorprendente verità sulla risoluzione del problema rifiuti a Napoli. A quanto pare il grosso del merito va al governo Prodi. Nel video qui di seguito potete vedere il servizio. La verità prima o poi viene a galla. A noi il compito di mantenerla su e diffonderla.
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L'Onda
giovedì 20 novembre 2008
Un mare di studenti, improvvisamente ricomparso dopo decenni di silenzio, ha occupato Roma. Il Palazzo minimizza la cosa, i giornali anche. Sbagliando, perchè ‘l’Onda’ è dentro la coscienza di questi ragazzi e sarà difficile fargliela dimenticare.
Decine di migliaia di ragazzi hanno marciato a Roma non solo contro la politica del governo per l’istruzione pubblica, ma anche contro un modo di intendere la società e la vita. Indisponibili a farsi ‘controllare’, ‘condizionare’ o ‘rappresentare’ dal Palazzo, gli studenti sono arrivati da ogni parte d’Italia. Milano e Palermo, Venezia e Napoli, Trieste e la Calabria. Oltre duecentomila persone in giro per la Capitale senza avere alle spalle il supporto logistico di nessun partito o sindacato. Solo la Cgil e Rifondazione hanno contribuito, pagando una parte dei biglieitti ferroviari per chi partiva da Milano.
Giovani cittadini liberi, tornati alla luce dopo che per anni stampa e della televisione hanno bombardato il Paese coi volti dei ‘tronisti’ e degli “Amici” della De Filippi, con le gesta dei concorrenti del “Grande fratello”, con le cronache su giovani vuoti, utras degli stadi e ubriachi il sabato sera.
Le notizie sulla manifestazione hanno attraversato le pagine di tutti i quotidiani, ma alcune considerazioni ci sembrano più importanti dele note di colore.
Parlando con loro, ascoltandone i discorsi, le speranze, le storie di ogni giorno si scopre che esiste un’altra Italia. In Paese dove vivono giovani laici, ironici, aperti, antirazzisti, democratici e per nulla teneri con col modello berlusconiano dell’Italia Spa.
Per le strade di Roma c’era gente molto più attenta ed informata di quanto il mondo degli ‘adulti’ sia in grado di capire, tanto che (per fare un esempio) una piccola delegazione di lavoratori Alitalia è stata accolta non solo con la solidarietà che si deve per chi sta rischiando il posto di lavoro, ma con affetto, sorrisi, gesti di simpatia. Insomma, i ragazzi non sono stati per nulla condizionati dalla martellante campagna di stampa pro Cai.
Quella marea di giovani, l’Italia del futuro, dalla testa alla coda del corteo mostrava di non volere ed avere nessun rapporto con le forze politiche che in Parlamento dovrebbero rappresentare l’opposizione. Non solo per dissensi di strategia, ma per modo di essere, mentalità, formazione individuale e collettiva.
In passato, anche negli anni lontani del ‘68, quando il ‘Movimento studentesco’ si era distaccato dal Pci per cercare una identità anticapitalista ed antimperialista molto più marcata, un filo legava comunque l’opposizione parlamentare dai ‘contestatori globali’. Era mantenuto dagli operai della Fiom, dai portuali, dal rapporto tra “operai e studenti uniti nella lotta”.
In questo presente italiano non c’è nessun collegamento tra la cultura di opposizione dell’Onda ed il Partito demcratico o con i numerosi partiti comunisti in circolazione. Anzi, la maggior parte degli studenti non riconosce a Veltroni alcun ruolo, a d’Alema lo stesso, non sa chi sano Franceschini, Letta o Marini e per Di Pietro ha una vaga attenzione, perchè “è l’unico che si oppone a Berlusconi”, come ci ha detto uno studente di scienze politiche di Trieste.
Se l’idea è quella di aspettare che i giovani ‘crescano’ e ‘mettano la testa a posto’ per ‘imparare’ la politica dei ‘professionisti’ si tratta di un ragionamento folle. Se si pensa che la centralità del problema ‘giovani’ possa essere incanalata nel frullato misto del centro-sinistra si sbaglia ancora di più.
Il motivo è semplice. Il distacco tra il Paese e il Palazzo è sotto gli occhi di tutti. Non interpretare il disagio, non ricollocare i partiti di opposizione al regime del Cavaliere sulla base delle domande dei giovani, dei lavoratori stabili o precari, dei cittadini non più in grado di tollerare la crisi ferisce in modo irreaparabile il principio della delega e della rappresentanza democratica. Ed espelle centinaia di migliaia di voti, spingendoli probabilmente verso l’astensionismo.
Un piccolo gruppo di studenti di Bargamo ci ha detto: “Noi viviamo in una zona nella quale la Lega è forte, ma solo tra chi ha una cultura bassa o pensa di poter avere dei vantaggi per la propria piccolissima azienda o negozio dal partito d Bossi. Noi abbiamo votato per la Sinistra arcobaleno, ma non lo faremo più. I comunisti non si sa perchè litigano sempre tra loro”.
Anche la ’sinistra antagonista’ è lontana dai pensieri dell’Onda.
Gli stidenti solo due settimane fa mutuavano i gesti dalle curve degli stadi, le briaccia alzate con il palmo la mano aperto in movimenti ritmici, mentre i cori erano a volte goliardici. Ieri, riarrangiata, è tornata per le strade dopo quarant’anni “Contessa” la colonna sonora del ‘68, insieme a “Bella ciao” e alle canzoni del Cile di Allende ed col rock contemporaneo. Ed anche la gestualità ha cominciato a trovare un’identità autonoma, prettamente poltica.
Adesso rifletteranno per due giorni alla Sapienza, a Roma. Sarà un problema per il Pd, perchè un partito senza govani è un partito senza futuro. Ed una cosa è facile da prevedere: questi ragazzi molto difficilmente troveranno un modo per dimenticare l’esperienza dell’Onda per adattarsi alle alchimie della “poltica del potere”. Un bel guaio.
Una specie di ’sciopero bianco’ sta attraversando l’Italia e le categorie sociali che lo praticano si allaragano ogni giorno, senza che l’opposizione parlamentare se ne accorga, Un fatto sconcertante.
Un’ultima cosa. Mentre Berlusconi ha sentito il bisogno di definire “un flop” la manifestazione, ricorranedo ai soliti bluff sui numeri, scandaloso è stato l’atteggiamento dei telegiornali. Una menzione particolare merita il TG3 di Di Bella. La giornata romana è stata piazzata, nell’edizione delle 19, a undici minuti dall’apertura. Nel sommarietto sulla giornata il telegiornale ‘non governativo’ quindi dato rilievo ad un presunto ‘presidio’ non autorizzato dalla questura e poi realizzato un servizio al bromuro. Dopo le 23 Di Bella in persona ha condotto un surreale dibattito nel quale dei giornalisti discutevano tra loro ed una rappresentate dell’Onda cercava di spiegare il carattere della protesta tra interruzioni, divagazioni e varie amenità. La fotografia del funerale dell’informazione, nel quale i giornalisti invece di raccontare le cose si riuniscono per analizzarle, sostituendo i protagonisti con se stessi.
Ma è chiaro il perchè, questi ragazzi liberi spaventano tutti. Unica eccezione nella serata del TG3 è stato Oliviero Beha, ma come si sa anche lui ha qualche problema col Palazzo.
Fonte inviatospeciale.com
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Gli zingari non rapiscono i bambini
mercoledì 12 novembre 2008
In Italia lo stereotipo "gli zingari rubano i bambini" risulta essere molto piu' potente di qualsiasi altro. E si tratta, appunto di uno stereotipo.
E’ il risultato di una ricerca commissionata dalla Fondazione Migrantes al Dipartimento di psicologia e antropologia culturale dell'Universita' degli Studi di Verona sui rapimenti, presunti o tentati, addebitati ai rom nell'arco di tempo che va dal 1986 (caso avvenuto in Costa Smeralda) al 2007 (Isola delle Femmine, vicino a Palermo).
Lo studio ha preso in esame 40 casi: 29 di sottrazione e 11 casi di sparizione di bambini, nella maggioranza molto noti all'opinione pubblica (come quelli di Angela Celentano e Denise Pipitone). "Non esiste nessun caso in cui sia avvenuta una sottrazione del bambino: nessun esito, infatti, corrisponde - affermano i ricercatori - ad una sottrazione dell'infante effettivamente avvenuta, ma si e' sempre di fronte ad un tentato rapimento o meglio ad un racconto di un tentato rapimento".
L'opinione pubblica sarebbe spesso vittima anche della "confusione che generano i media al momento della denuncia del fatto, dando come provato e vero il tentato rapimento". Poca o nessuna rilevanza viene data se la notizia, dopo le indagini delle Forze dell’ordine, si rivela un falso o un equivoco. Dei 29 casi presi in esame, solo 6 hanno portato all'apertura del procedimento e dell'azione penale.
Questi 6 casi hanno rappresentato "il cuore del lavoro di ricerca" attraverso lo studio dei fascicoli processali. Per gli episodi di sparizione, la ricerca ha ricostruito i momenti in cui rom e sinti diventavano soggetti sospetti e gli esiti degli accertamenti investigativi: sono stati sempre "sempre negativi".
Quando il minore scomparso viene ritrovato, “l'opposizione fra cio' che e' accaduto realmente e l'immaginario stereotipico del rapimento da parte dei rom emerge con una forza squassante".
In conclusione, gli operatori pastorali dei rom e sinti della Fondazione Migrantes si augurano che questi dati "giungano al pubblico", in "un momento in cui c'e' grande bisogno di razionalita' e ragionevolezza che contrastino l'intolleranza, il fanatismo e i pregiudizi".
Detto questo, non voglio certo dire che i Rom siano la quint'essenza della civiltà o che siano composti solo da gente onesta. Però, viviamo in un paese ormai multietnico e credo che accusare gli extracomunitari di tutti i mali del nostro presente e vivere di stereotipi è male per tutti
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Find the difference
mercoledì 5 novembre 2008
In Italia si passa dai Democratici di Sinistra e La Margherita al Partito Democratico.
In Italia si passa da Forza Italia e Alleanza Nazionale al Popolo delle Libertà.
Negli Stati Uniti d'America si passa da George W. Bush a Barack Obama.
In Italia cambiano i nomi dei partiti, negli Stati Uniti cambiano gli uomini e forse anche la storia.
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Obama: un uomo che può cambiare tante cose
martedì 4 novembre 2008
Un uomo così in Italia ce lo sognamo! Qui sotto vi incollo la traduzione (grazie a manu di manublog) del discorso di Obama a Denver. E' un pò lungo ma vi consiglio di leggerlo tutto. Io l'ho letto un paio di volte e mi sono emozionato.
È con profonda gratitudine e grande umiltà che accetto la vostra nomination per la presidenza degli Stati Uniti.Lasciate anzitutto che ringrazi i miei avversari nelle primarie e in particolare colei che più a lungo mi ha conteso la vittoria – un faro per i lavoratori americani e fonte di ispirazione per le mie figlie e le vostre – Hillary Rodham Clinton.
Grazie anche al presidente Clinton e a Ted Kennedy, che incarna lo spirito di servizio, e al prossimo vicepresidente degli Stati Uniti Joe Biden.
Il mio amore va alla prossima First Lady, Michelle Obama e a Sasha e Malia. Vi amo e sono fiero di voi.
Quattro anni fa vi ho raccontato la mia storia, la storia di una breve unione tra un giovane del Kenya e una giovane del Kansas, persone qualunque e non ricche, ma che condividevano la convinzione che in America il loro figliolo potesse realizzare i suoi sogni.
È questa la ragione per cui mi trovo qui stasera. Perchè per 230 anni ogni qual volta questo ideale americano e’ stato minacciato, gli uomini e le donne di questo Paese – studenti e soldati, contadini e insegnanti, infermieri e bidelli – hanno trovato il coraggio di difenderlo.
Attraversiamo un momento difficile, un momento in cui il Paese e’ in guerra, l’economia e’ in crisi e il sogno americano e’ stato ancora una volta minacciato.
Oggi molti americani sono disoccupati e moltissimi sono costretti a lavorare di più per un salario inferiore. Molti di voi hanno perso la casa. Questi problemi non possono essere tutti imputati al governo. Ma la mancata risposta e’ il prodotto di una politica fallimentare e delle pessime scelte di George W. Bush. L’America è migliore della nazione che abbiamo visto negli ultimi otto anni. Il nostro Paese è più generoso di quello in cui un uomo in Indiana deve imballare i macchinari con i quali lavora da venti anni e vedere che vengono spediti in Cina e poi con le lacrime agli occhi deve tornare a casa e spiegare alla famiglia cosa è successo. Abbiamo più cuore di un governo che abbandona i reduci per le strade, condanna le famiglie alla povertà e assiste inerme alla devastazione di una grande città americana a causa di un nubifragio. Stasera agli americani, ai democratici, ai repubblicani, agli indipendenti di ogni parte del Paese dico una cosa sola: basta!
Abbiamo l’occasione di rilanciare nel ventunesimo secolo il sogno americano. Siamo qui stasera perchè amiamo il nostro Paese e non vogliamo che i prossimi quattro anni siano come gli otto che abbiamo alle spalle.
Ma non voglio essere frainteso.
Il candidato repubblicano, John McCain, ha indossato la divisa delle forze armate degli Stati Uniti con coraggio e onore e per questo gli dobbiamo gratitudine e rispetto. Ma i precedenti sono chiari: John McCain ha votato per George Bush il 90% delle volte.
Al senatore McCain piace parlare di giudizio, ma di quale giudizio parla visto che ha ritenuto che George Bush avesse ragione più del 90% delle volte? Non so come la pensate, ma a me il 10% non basta per cambiare le cose.
La verità è che su tutta una serie di questioni che avrebbero potuto cambiare la vostra vita – dall’assistenza sanitaria all’istruzione e all’economia – il senatore McCain non è stato per nulla autonomo.
Ha detto che l’economia ha fatto «grandi progressi» sotto la presidenza Bush.
Ha detto che i fondamentali dell’economia sono a posto. Ha detto che soffrivamo unicamente di una «recessione mentale» e che siamo diventati una «nazioni di piagnucoloni». Una nazione di piagnucoloni. Andatelo a dire ai metalmeccanici del Michigan che hanno volontariamente deciso di lavorare di piu’ per scongiurare la chiusura della fabbrica automobilistica.
Ditelo alle famiglie dei militari che portano il loro peso in silenzio. Questi sono gli americani che conosco.
McCain sarà in buona fede ma non sa come stanno le cose. Altrimenti come avrebbe potuto dire che appartengono al ceto medio tutti quelli che guadagnano meno di 5 milioni di dollari l’anno?
Come avrebbe potuto proporre centinaia di miliardi di sgravi fiscali per le grandi aziende e per le compagnie petrolifere e nemmeno un centesimo per oltre cento milioni di americani?
Da oltre due decenni McCain è fedele alla vecchia e screditata filosofia repubblicana secondo cui bisogna continuare a far arricchire quelli che sono già ricchi nella speranza che qualche briciola di prosperità cada dal tavolo e finisca agli altri.
Perdi il lavoro? Pura sfortuna. Non hai assistenza sanitaria? Ci penserà il mercato. Sei nato in una famiglia povera? Datti da fare. È ora di cambiare l’America. Noi democratici abbiamo del progresso una idea completamente diversa.
Per noi progresso vuol dire trovare un lavoro che ti consenta di pagare il mutuo; vuol dire poter mettere qualcosa da parte per mandare i figli all’università. Per noi progresso sono i 23 milioni di nuovi posti di lavoro creati da Bill Clinton quando era presidente.
Noi misuriamo la forza dell’economia non in base al numero dei miliardari, ma in base alla possibilità di un cittadino che ha una buona idea di rischiare e avviare una nuova impresa. Vogliamo una economia rispettosa della dignità del lavoro.
I criteri con cui valutiamo lo stato di salute dell’economia sono quelli che hanno reso grande questo Paese e che mi consentono di essere qui stasera. Perchè nei volti dei giovani reduci dell’Iraq e dell’Afghanistan vedo mio nonno che andò volontario a Pearl Harbour, combattè con il generale Patton e fu ricompensato da una nazione capace di gratitudine con la possibilità di andare all’università.
Nel volto del giovane studente che dorme appena tre ore per fare il turno di notte vedo mia madre che ha allevato da sola mia sorella e me e contemporaneamente ha finito gli studi. Quando parlo con gli operai che hanno perso il lavoro penso agli uomini e alle donne del South Side di Chicago che venti anni fa si batterono con coraggio dopo la chiusura dell’acciaieria.
Ignoro che idea abbia McCain della vita che conducono le celebrità, ma questa è stata la mia vita. Questi sono i miei eroi. Queste sono le vicende che mi hanno formato. Intendo vincere queste elezioni per rilanciare le speranze dell’America.
Ma quali sono queste speranze? Che ciascuno possa essere l’artefice della propria esistenza trattando gli altri con dignità e rispetto. Che il mercato premi il talento e l’innovazione e generi crescita, ma che le imprese si assumano le loro responsabilità e creino posti di lavoro.
Che il governo, pur non potendo risolvere tutti i problemi, faccia quello che non possiamo fare da soli: proteggerci e garantire una istruzione a tutti i bambini; preoccuparsi dell’ambiente e investire in scuole, strade, scienza e tecnologia.
Il governo deve lavorare per noi, non contro di noi. Deve garantire le opportunità non solo ai più ricchi e influenti, ma a tutti gli americani che hanno voglia di lavorare. Sono queste le promesse che dobbiamo mantenere. È questo il cambiamento di cui abbiamo bisogno. E sul tipo di cambiamento che auspico quando sarò presidente voglio essere molto chiaro.
Cambiamento vuol dire un sistema fiscale che non premi i lobbisti che hanno contribuito a farlo approvare, ma i lavoratori americani e le piccole imprese. Il mio programma prevede tagli fiscali del 95% a beneficio delle famiglie dei lavoratori. In questa situazione economica l’ultima cosa da fare e’ aumentare le tasse che colpiscono il ceto medio.
E per l’economia, per la sicurezza e per il futuro del pianeta prendo un impegno preciso: entro dieci anni sarà finita la nostra dipendenza dal petrolio del Medio Oriente. Da presidente sfrutterò le nostre riserve di gas naturale, investirò nel carbone pulito e nel nucleare sicuro. Inoltre investirò 150 miliardi di dollari in dieci anni sulle fonti energetiche rinnovabili: energia eolica, energia solare, biocombustibili.
L’America deve pensare in grande. È giunto il momento di tenere fede all’obbligo morale di garantire una istruzione adeguata a tutti i bambini. Assumerò un esercito di nuovi insegnanti pagandoli meglio e appoggiandoli nel loro lavoro.
È giunto il momento di garantire l’assistenza sanitaria a tutti gli americani. È giunto il momento di garantire ai lavoratori il congedo per malattia retribuito perché in America nessuno dovrebbe scegliere tra mantenere il lavoro o prendersi cura di un figlio o di un genitore ammalato. È giunto il momento di realizzare la parità salariale tra uomini e donne perché voglio che le mie figlie abbiano esattamente lo stesso trattamento dei vostri figli.
Molti di questi programmi richiederanno grossi investimenti ma ho previsto la copertura finanziaria per ogni progetto di riforma. Ma realizzare le speranze americane comporta qualcosa di più del denaro. Comporta senso di responsabilità e la riscoperta di quella che John F. Kennedy definì «la forza morale e intellettuale». Ma il governo non può fare tutto. Nessuno può sostituire i genitori. Il governo non può spegnere il televisore nelle vostre case per far fare i compiti ai figli e non è compito del governo allevare i figli con amore.
Responsabilità personale e collettiva: è questo il senso delle speranze americane.Ma i valori dell’America vanno realizzati non solo in patria, ma anche all’estero. John McCain dubita delle mie capacità di fare il comandante in capo. Mi ha sfidato a sostenere un dibattito televisivo su questo tema. Non mi tirerò indietro. Dopo l’11 settembre mi sono opposto alla guerra in Iraq perché ritenevo che ci avrebbe distratto dalle vere minacce. John McCain ama ripetere che è disposto a seguire Bin Laden fino alle porte dell’inferno, ma in realtà non vuole andare nemmeno nella grotta in cui vive.
L’Iraq ha un avanzo di bilancio di 79 miliardi di dollari mentre noi sprofondiamo nel deficit eppure John McCain, testardamente, si rifiuta di mettere fine a questa guerra insensata. Abbiamo bisogno di un presidente capace di affrontare le minacce del futuro e non aggrappato alle idee del passato. Non si smantella una rete terroristica che opera in 80 Paesi occupando l’Iraq. Non si protegge Israele e non si dissuade l’Iran facendo i duri a parole a Washington. Non si può fingere di stare dalla parte della Georgia dopo aver logorato i rapporti con i nostri alleati storici.
Se John McCain vuol continuare sulla falsariga di Bush, quella delle parole dure e delle pessime strategie, faccia pure, ma non è il cambiamento che serve agli americani. Siamo il partito di Roosevelt. Siamo il partito di Kennedy. E quindi non venitemi a dire che i democratici non difenderanno il nostro Paese. Come comandante in capo non esiterò mai a difendere questa nazione.
Metterò fine alla guerra in Iraq in maniera responsabile e combatterò contro Al Qaeda e i talebani in Afghanistan. Rimetterò in piedi l’esercito. Ma farò nuovamente ricorso alla diplomazia per impedire all’Iran di dotarsi di armi nucleari e per contenere l’aggressività russa. Creerò nuove alleanze per vincere le sfide del ventunesimo secolo: terrorismo e proliferazione nucleare; povertà e genocidio; cambiamento climatico e malattie. E ripristinerò la nostra reputazione morale perchè l’America torni ad essere per tutti il faro della speranza, della libertà, della pace e di un futuro migliore.
È questo il mio programma. Sono tempi duri, la posta in gioco è troppo alta perchè si continui a demonizzare l’avversario. Il patriottismo non ha bandiere di partito. Amo questo Paese, ma lo ama anche John McCain. Gli uomini e le donne che si battono sui campi di battaglia possono essere democratici, repubblicani o indipendenti, ma hanno combattuto insieme e spesso sono morti insieme per amore della stessa bandiera.
Il compito che ci aspetta non è facile. Le sfide che dobbiamo affrontare comportano scelte difficili e sia i democratici che i repubblicani debbono abbandonare le vecchie, logore idee e la politica del passato. Negli ultimi otto anni non abbiamo perso solamente posti di lavoro o potere d’acquisto; abbiamo perso il senso dell’unità di intenti. Possiamo non essere d’accordo sull’aborto, ma certamente tutti vogliamo ridurre il numero delle gravidanze indesiderate.
Il possesso delle armi da fuoco non è la stessa cosa per i cacciatori dell’Ohio e i cittadini di Cleveland minacciati dalle bande criminali, ma non venitemi a dire che violiamo il secondo emendamento della Costituzione se impediamo ai criminali di girare con un kalashnikov. So che ci sono divergenze sul matrimonio gay, ma sono certo che tutti siamo d’accordo sul fatto che i nostri fratelli gay e le nostre sorelle lesbiche hanno il diritto di fare visita in ospedale alla persona che amano e hanno il diritto a non essere discriminati. Una grande battaglia elettorale si vince sulle piccole cose.
So di non essere il candidato più probabile per questa carica. Non ho il classico pedigree e non ho passato la vita nei Palazzi di Washington. Ma stasera sono qui perchè in tutta l’America qualcosa si sta muovendo. I cinici non capiscono che questa elezione non riguarda me. Riguarda voi. Per 18 mesi vi siete impegnati e battuti e avete diffusamente parlato della politica del passato. Il rischio maggiore è aggrapparsi alla vecchia politica con gli stessi vecchi personaggi e sperare che il risultato sia diverso.
Avete capito che nei momenti decisivi come questo il cambiamento non viene da Washington. È Washington che bisogna cambiare. Il cambiamento lo chiedono gli americani. Ma sono convinto che il cambiamento di cui abbiamo bisogno è alle porte. L’ho visto con i miei occhi. L’ho visto in Illinois dove abbiamo garantito l’assistenza sanitaria ai bambini e dato un posto di lavoro a molte famiglie che vivevano con il sussidio di disoccupazione.
L’ho visto a Washington quando con esponenti di entrambi i partiti ci siamo battuti contro l’eccessiva invadenza dei lobbisti e quando abbiamo presentato proposte a favore dei reduci. E l’ho visto nel corso di questa campagna elettorale.
L’ho visto nei giovani che hanno votato per la prima volta, nei repubblicani che non avrebbero mai pensato di poter scegliere un democratico, nei lavoratori che hanno scelto di auto-ridursi l’orario di lavoro per non far perdere il posto ai compagni, nei soldati che hanno perso un arto, nella gente che accoglie in casa un estraneo quando c’è un uragano o una inondazione. Il nostro è il Paese più ricco della terra, ma non è questo che ci rende ricchi. Abbiamo l’esercito più potente del mondo, ma non è questo che ci rende forti. Le nostre università e la nostra cultura sono l’invidia del mondo, ma non è per questo che gente di ogni parte del mondo viene in America.
È lo spirito americano – quella promessa americana – che ci spinge ad andare avanti anche quando il cammino sembra incerto. Quella promessa è il nostro grande patrimonio. È la promessa che faccio alle mie figlie quando rimbocco loro le coperte la sera, la promessa che ha indotto gli immigranti ad attraversare gli oceani e i pionieri a colonizzare il West, la promessa che ha spinto i lavoratori a lottare per i loro diritti scioperando e picchettando le fabbriche e le donne a conquistare il diritto di voto.
È la promessa che 45 anni fa fece affluire milioni di americani a Washington per ascoltare le parole e il sogno di un giovane predicatore della Georgia. Gli uomini e le donne lì riuniti avrebbero potuto ascoltare molte cose. Avrebbero potuto ascoltare parole di rabbia e di discordia. Avrebbero potuto cedere alla paura e alla frustrazione per i tanti sogni infranti. Ma invece ascoltarono parole di ottimismo, capirono che in America il nostro destino è inestricabilmente legato a quello degli altri e che insieme possiamo realizzare i nostri sogni. «Non possiamo camminare da soli», diceva con passione il predicatore. «E mentre camminiamo dobbiamo impegnarci ad andare sempre avanti e a non tornare indietro».
America, non possiamo tornare indietro. C’è molto da fare. Ci sono molti bambini da educare e molti reduci cui prestare assistenza. Ci sono una economia da rilanciare, città da ricostruire e aziende agricole da salvare. Ci sono molte famiglie da proteggere. Non possiamo camminare da soli. In questa campagna elettorale dobbiamo prendere nuovamente l’impegno di guardare al futuro.
Manteniamo quella promessa – la promessa americana. Grazie. Che Dio vi benedica. Che Dio benedica gli Stati Uniti d’America.
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